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Crescere con i giovani |
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mercoledì 28 maggio 2008 |
Il mio nome è Silvio. La mia famiglia è composta da cinque persone: mia moglie Elisabetta, due simpatici ragazzi ed una ragazza che ancora studia.
Tramite Elisabetta sono entrato in contatto con le Suore Francescane dei Poveri. L’incontro con loro è stato come essere entrato in un sentiero sconosciuto, divenuto presto, via diritta ed infine una larga strada che si percorre sicuri, in compagnia e con una meta certa. E così da curioso sono diventato un assiduo amico ed infine associato. Essere associato per me è come essere in montagna, un po' in alto, e respirare a pieni polmoni l'aria fine e odorosa e sentirmi forte e sano, in sintonia con la natura e con Dio e con i fratelli. Ognuno ha (o dovrebbe) avere la sua via e i suoi mezzi per arrivare a Dio. Essere associato è la mia via, quella che Dio ha scelto per me.
In quanto persona di estrazione tecnica, ho sempre pensato che qualunque lavoro avessi fatto si sarebbe trattato solo di dati oggettivi, fatti e numeri, nella loro crudezza e tutto sommato arida certezza. I disegni imperscrutabili di Chi ci sta accanto però ci portano spesso dove proprio noi non immagineremmo di giungere. Attraverso strane sorprese, prove, strade e destini, che si incrociano con quelli di tanti altri destini, vite e esperienze, andiamo incontro a dolori, gioie, speranze, e a fatiche che il Signore ci fa vivere e condividere.
Uno di questi percorsi mi ha portato ad avvicinare, tramite l’insegnamento, ragazzi dai 15 ai 18 anni. Tutto sommato è facile fare il padre quando il Cielo, talvolta immeritatamente come nel mio caso, dà tutti gli ingredienti necessari in famiglia perché i figli crescano rettamente; ma essere accanto a chi non ha avuto questa possibilità, mi ha dato un’opportunità unica di mettere la mia goccia nel mare dell’umanità sofferente. Troppo spesso il lavoro ci pone vicino a degli adulti, con cui ci confrontiamo in mille modi, la maggior parte dei quali però sbagliati. Intendo tramite competizione, potere, autorità, cultura, ricchezza e via dicendo. I giovani ci offrono invece la loro spontaneità, la febbre di vivere, di conoscere, di sperimentare, lo slancio della loro età tutta protesa al futuro. Dove insegnavo ve ne erano molti di questi, esclusi dalle scuole tradizionali, catalogati come incapaci di relazionarsi con gli ambienti che noi definiremmo “normali”.
Entrare nel loro mondo, farli aprire al dialogo per cogliere le loro incertezze, capire i loro errori, insegnare le regole e farle accettare….sembrava un’impresa titanica! Quante volte chiedevo al Signore di aiutarmi a spiegare perché anche un solo spinello faceva male o il significato di rispettare una ragazza o se aveva senso evitare una bravata che nessuno avrebbe comunque scoperto.
Talvolta abbiamo l’impressione che il Signore sia lontano, che, per così dire, “guardi dall’altra parte” ; ma in realtà non è Lui lontano da noi, siamo noi che troppo presi da noi stessi o dalle nostre occupazioni non percepiamo la Sua vicinanza….e allora ho compreso che intanto bisognava cominciare con l’essere vicino a questi ragazzi e voler loro bene, così come sono. Ho iniziato un dialogo con loro, molto intenso e spontaneo. Non mi sono tirato indietro su nulla ed ho scoperto un mondo meraviglioso. Anche la loro sete di Dio. Ho cominciato a vedere dei bei cambiamenti in loro.
È stata sintomatica, per me, l’esperienza della morte prematura di un mio collega. Il giorno del suo funerale non solo sono tutti venuti in Chiesa, ma praticamente tutti si sono accostati alla Santa Comunione; non l’avrei mai creduto. In quel momento ho compreso ciò che Madre Francesca ci dice invitandoci a curare e sanare le piaghe dell'umanità sofferente. Il dolore è universale ed è un fatto personale. Lo possiamo lenire col fare (assistendo fisicamente), col dire (una buona parola, il dialogo partecipativo), ma la preghiera vicino a chi soffre lo purifica, lo santifica, lo rende dono a Dio per tutti noi, divenuti fratelli nella sofferenza. Quel giorno, a quel funerale, cinquanta ragazzi, accanto ad una famiglia affranta, al loro insegnante che non c'era più, a tutta la Chiesa, quei ragazzi hanno testimoniato in silenzio e con partecipazione il loro amore, il loro rispetto, la loro Fede. In quel momento ho sentito che Dio veramente era in mezzo a noi.
Dopo questi cinque anni mi sono guardato allo specchio ponendomi delle domande. Questi giovani sono bravi, buoni, sensibili, generosi; siamo noi adulti che li liquidiamo frettolosamente nella nostra vita familiare, presi dal lavoro, dagli svaghi e dalle liti. Li abbiamo stravolti, costretti a pensare come noi, adattati alle nostre esigenze. Dopo questa esperienza ho chiesto al Signore che mi faccia vedere i giovani con i suoi occhi, con l’occhio di un giovane, con lo spirito di chi li sa ascoltare e comprendere, con l’autorevolezza di chi li sa riprendere amandoli, convinto che se li aiutiamo non sbaglieranno ancora e sono profondamente grato a Dio perché, accanto a loro, ha fatto crescere anche me.
Silvio, Associato sfp |
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