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SPIRITUALITA' E CULTURA DI PACE Nel capitolo 25, 31-46 del Vangelo di Matteo, è messo in luce il tema dell’amore che identifica Gesù a coloro ai quali viene dato o rifiutato un semplice aiuto.
Nel capitolo 25, 31-46 del Vangelo di Matteo, è messo in luce il tema dell’amore che identifica Gesù a coloro ai quali viene dato o rifiutato un semplice aiuto. Il testo è comunemente conosciuto come giudizio finale, ma questa titolazione potrebbe falsarne la giusta interpretazione; si tratta, infatti, di una scena immaginaria sul cui sfondo Gesù dice l’ultima parola ai suoi discepoli prima di consegnarsi e dare la vita, ricordando loro che il nostro amore attivo, verso il più piccolo, manifesta efficacemente il nostro atteggiamento verso Dio.
Il capitolo è di enorme importanza teologica. Parallelo, nella collocazione, all’ultimo discorso in Giovanni, la scena matteana del ritorno del Figlio dell’uomo dichiara che il criterio ultimo di giudizio sarà semplicemente quello del dono gratuito reso nel servizio. Esso prescinde, per colui che lo attua concretamente, dalla motivazione; cioè dall’averlo fatto per il Signore che fa sua la condizione di ogni fratello.
Egli, infatti non si manifesta come possibilità dicendo: è come se l’aveste fatto a me, ma afferma «l’avete fatto a me» lasciando emergere tutta ricchezza della sua presenza reale che il fratello bisognoso custodisce come in uno scrigno. Egli sarà presente nel più piccolo dei fratelli, risorto e sempre vivo: «là lo vedrete» (28, 7). È la sua presenza a rilucere straordinariamente ogni volta che si fa qualunque cosa ad un piccolo; ciascuno così si accorge che nasce e rinasce per l’amore attento di chi gli è vicino e, per un’alchimia divina, questa espansione dà vita a chi offre e a chi riceve (1Gv 2, 10-11).
Il testo offre un ulteriore elemento. «Le opere qui menzionate non sono quelle che solitamente noi giudichiamo opere di soccorso in casi di necessità; e probabilmente il termine necessario in questo contesto falsa l’interpretazione. (…) l’uomo è giudicato su quelle cose che di solito non considera come doveri» . Proprio esse sono segno del dono gratuito ed universale che non attende ricompensa o restituzione, neanche quella eterna; segno che chiunque agisce in questo senso, a qualunque credo aderisca, agisce sempre secondo il cuore di Dio.
È Gesù l’affamato, colui che ha sete, è lui l’ammalato, lo straniero, l’indigente e il carcerato; Egli è colui che attende un gesto semplice che colmi perfino il bisogno del momento, che sazi con un dono il desiderio di chi chiede. Il concetto viene ripetuto ben quattro volte in quindici versetti, lasciando trasparire l’attenzione verso la nuova presenza di cui la comunità matteana gode, adesso che lui è risorto, perché può incontrare Gesù nei fratelli più piccoli (v. 40) ogni volta che qualcuno avrà fatto un semplice gesto di bontà.
L’elenco delle attenzioni è ripreso sia dalla tradizione biblica (cf Is 58, 7; Ez 18, 7; Tb 4, 16; ecc.), sia dalle sofferenze della passione descritta appena dopo il nostro brano. In fondo qui si valorizzano i piccoli gesti di cura dati gratuitamente e senza interesse alcuno, simili a quelli dati ai bimbi. Gesù con la sua presenza apre questi doni ad una dimensione escatologica, li filtra al comandamento dell’amore vicendevole che resta centro della vita e dell’attenzione della comunità cristiana di ogni tempo e luogo.
Così il giudizio, inteso come incontro con il Signore, non avviene solo alla fine dei tempi; si attua attraverso qualunque cosa, qualunque dono; segna il vivere quotidiano «ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli».
Sr. Tiziana Longhitano, sfp |