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GIUSTIZIA Dieci punti per riflettere sulle questioni riguardanti la globalizzazione. Testo di Amtya Sen, premio Nobel bel l'economia 1998.
di Amartya Sen* premio nobel per l’economia nel 1998, rettore del Trinity College a Cambridge 1. Le proteste antiglobalizzazione non riguardano la globalizzazione. Gli aderenti al cosiddetto movimento antiglobalizzazione non possono, in generale, essere contro la globalizzazione, poiché queste proteste sono di fatto uno degli eventi più globalizzanti del mondo contemporaneo. 2. La globalizzazione non è un fatto nuovo e non può essere ridotta ad occidentalizzazione. Per migliaia di anni, la globalizzazione ha contribuito al progresso del mondo attraverso i viaggi, il commercio, le migrazioni, la diffusione delle culture, la disseminazione del sapere (incluso quello scientifico e tecnologico) e della conoscenza reciproca. 3. La globalizzazione di per sé non è una follia. La globalizzazione ha arricchito il mondo dal punto di vista scientifico e culturale, così come ha creato benefici economici a molti popoli. 4. Il tema centrale direttamente o indirettamente, è la disuguaglianza. La sfida principale ha a che fare, in un modo o nell’altro, con la disuguaglianza, sia tra le nazioni sia nelle nazioni. Le disuguaglianze rilevanti comprendono le differenze nella ricchezza, ma anche le macroscopiche asimmetrie del potere politico, sociale ed economico. Una questione cruciale è la divisione, tra paesi ricchi e poveri o tra differenti gruppi di un paese, dei guadagni potenziali generati dalla globalizzazione. 5. La preoccupazione principale è il livello della disuguaglianza, non la sua variazione agli estremi. Quando affermano che i ricchi stanno diventando sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, come abbastanza spesso accade, i critici della globalizzazione scelgono il terreno di scontro sbagliato. Sebbene la situazione di una parte consistente dei poveri nel mondo sia peggiorata (per ragioni diverse, di ordine sia locale sia internazionale), è difficile stabilire una tendenza generale e netta. 6. La questione non è semplicemente se tutte le parti guadagnino qualcosa, ma se la distribuzione dei guadagni e dei benefici sia equa o accettabile. 7. Il ricorso all’economia di mercato è collegato a molte condizioni istituzionali diverse nelle quali essa può produrre risultati assai differenti. L’economia di mercato può produrre risultati molto diversi a seconda della distribuzione delle risorse materiali e dello sviluppo di quelle umane, delle «regole del gioco prevalenti» e così via, e in tutte queste sfere lo Stato e la società rivestono un ruolo, sia all’interno di un paese sia a livello mondiale. Il mercato è un’istituzione fra tante. 8. Il mondo è cambiato.
Da quando sono stai firmati gli accordi di Bretton Woods (1944). L’architettura economica, finanziaria e politica mondiale che abbiamo ereditato dal passato (e di cui fanno parte la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e altre istituzioni) è stata in larga misura realizzata negli anni quaranta quando la tolleranza della povertà era maggiore, esisteva il dominio imperiale, l’impatto ambientale non era calcolato, la forza delle ONG (organizzazioni non governative) non era emersa. 9. Sono necessari cambiamenti delle politiche e delle istituzioni. La banca mondiale ha rivisto le proprie priorità, le Nazioni Unite sotto la guida di Kofi Annan hanno cercato di avere un ruolo maggiore. Ma occorrono nuovi cambiamenti nella stessa struttura politico-istituzionale. Va rivisto l’establishment mondiale non in grado di affrontare in modo efficace i mercati della morte; i nuovi conflitti vengono incoraggiati dalle potenze mondiali, principali venditori di armi, esempio di come l’equilibrio di potenza ostacoli la giustizia globale. 10. La risposta che occorre dare ai dubbi globali è la costruzione globale.
Non esiste una via d’uscita dal generale processo di globalizzazione di cui le stesse proteste antiglobalizzazione sono parte. È necessario invece affrontare i temi etici e pratici di cruciale importanza che ne derivano. Non è facile, infatti, dissipare i dubbi senza aver seriamente discusso le preoccupazioni che li motivano. * Se vuoi approfondire cf Amartya Sen, Globalizzazione e libertà, Mondadori, Milano 2005 |