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Gridare, sgridare
martedė 26 febbraio 2008

Gridare è il moto spontaneo del respiro che ingorga la gola nell’istante in cui il dolore si fa insopportabile; è l’ultimo barlume di luce che cede il passo alla disperazione. Oppure il grido è l’appello affidato all’aria, ovvero a un respiro più grande, come brandello estremo di speranza.

Chissà, forse questa sorta di affidamento “cieco” è già il segno di una fede in qualcuno o qualcosa che abbia orecchio e cuore, in una mano che sollevi dalla polvere un dolore che sembra non avere fine, Oppure l’estremo tentativo di sollevare in alto il suono lancinante di una sirena nel mare in tempesta: un’altra voce potrà raccoglierlo per farsene eco. Se pur non si conosce l’origine remota o il fine inconsapevole e ultimo del grido di dolore, è sicuro che esso non è mai il frutto di un calcolo ragionato e ponderato, di una mossa prevista e consapevole ma, al contrario, è puro istinto tanto che sembra arrivare direttamente dal dolore alla bocca bypassando l’area cerebrale.


Sgridare è esattamente il contrario di quello che avviene nell’atto dello sgridare in cui il soggetto è sempre più in alto di colui che viene richiamato. Si sgridano i bambini da parte degli adulti. Semmai camuffato secondo convenzioni e ipocrisie sociali, il capo sgrida i subalterni nell’esercito come nell’ufficio e nella chiesa gerarchica. sgridare è come smorzare un grido. Non e soltanto ignorarlo o non prenderlo in considerazione o far finta di non averlo mai sentito. A differenza del gridare, sgridare è sempre alzare la voce contro qualche altro. Sgridare è fare in modo che questo secondo urlo, calcolato freddo, prevalga sul primo, sovrasti, ne annulli l’effetto, ne castri alla radice le possibilità che altri possano ascoltarlo, farsene eco, accoglierlo come un segnale di pericolo… D’altra parte anche l’espressione lessicale denuncia una sorta di opposizione e lo sgridare si oppone al gridare.


Un povero può ricevere la nostra carità ma non deve gridare il suo dolore. Può chiedere aiuto purché lo faccia in silenzio. Elemosini pure, ma non denunci il sistema di ingiustizia da cui quella sua situazione è stata generata. Potrebbe succedere che quella denuncia investa anche qualche anima generosa che tante volte si e chinata su di lui per lasciarsi andare a una lauta elemosina!

Quanta tristezza nel registrare che di recente ai poveri venga proibito anche di elemosinare e che il senso del grido sia addirittura retrocesso. Anche la presenza di un accattone sulle scalinate di marmo di un antico tempio è considerato un grido che si leva a danneggiare l’immagine patinata delle nostre città che si offrono ai turisti danarosi. Portano valuta pregiata nelle casse dei commercianti e non possono subire il deterrente della presenza del barboni!


Per una spiritualità della nonviolenza
Un elemento base per un’autentica spiritualità della nonviolenza sembrerebbe quello di non sgridare mai nessuno. Gridare si, se questo ha il sapore biblico della preghiera e della denuncia, ma sgridare mai. Ma ancora di più il nonviolento è chiamato ad ascoltare il grido del povero come Dio stesso mostra di fare continuamente anche nella storia biblica: “Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano” (Es 3,9).

Dobbiamo fare in modo che il grido degli oppressi giunga alle nostre orecchie piuttosto che spegnerlo. Ma ancora di più dobbiamo farci eco di quel grido. Fare in modo che giunga a tutti, che risuoni come richiamo alle coscienze, che renda consapevoli e attenti. Informarsi e informare, per il nonviolento non e mai un optional ma un’esigenza concreta e reale. Per questo dobbiamo andare a cercare le situazioni di ingiustizia e di oppressione in cui grido è soffocato o i cui protagonisti non hanno nemmeno la forza di gridare e di far giungere la voce fino a noi.

Andare incontro al grido non vuol dire sempre e necessariamente avere la capacità e la forza di tamponare, lenire, curare, risolvere il dolore, ma può essere più semplicemente unirsi al grido affinché si trasformi da lamento in protesta, da pianto in denuncia.

Una sfida del mondo nonviolento oggi e sicuramente quella di ascoltare per passare voce. In modo differente da come avviene con i grandi mezzi di comunicazione, riconoscendo i volti e le storie, dando un nome proprio di persona ai drammi che si consumano in tanti angoli del pianeta.

II grido è la forza dei poveri è lo strumento dei nonviolenti per chiamare a nuove responsabilità le coscienze di tutti; per mettere a nudo i perversi progetti di morte che condannano alla croce intere popolazioni e riducono al silenzio la denuncia legittima dell’ingiustizia. La nonviolenza che sa ascoltare si accorge anche del grido senza clamore fatto di gesti e di sguardi di chi ci sta accanto e non osa turbare i silenzi.

Tonio Dell'Olio
da «Mosaico di Pace» Rivista mensile di Pax Christi, XV/3, 2004, 2-3.

 
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