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venerdė 10 dicembre 2010

ImageTre anni fa mi sono fatta coraggio ed ho iniziato a fare un giro nelle scuole di una città della Sicilia per presentare dei progetti di educazione alla mondialità e alla solidarietà, tra queste c’era una scuola elementare e media, in una zona molto povera, dove molti vivono ancora nelle baracche e dove la criminalità giovanile e la dispersione scolastica sono molto alte.

Avevo presentato un progetto sul Senegal, del quale tutti i ragazzi e le insegnanti erano rimasti molto colpiti. Avrei dovuto fare solo qualche incontro e invece sia la preside che le insegnanti mi hanno chiesto di continuare ad andare a scuola e dare il mio piccolo contributo. E questo per tre anni consecutivi.

ImageI bambini non mi vedevano come insegnante per cui diventava più facile per loro potersi confidare con me. E dietro i loro sguardi c’era tutto un mondo che veniva filtrato dai loro piccoli occhi: bambini di 7/8 anni che fanno il palo per coprire passaggi di soldi illeciti o di droga, bambini che hanno assistito ad arresti di parenti (si perché nel quartiere è impossibile non avere qualcuno “fermato”); bambini cha la mattina arrivano a scuola con gli occhi pieni di sonno, perché hanno aspettato tutta la notte la mamma che è andata a giocare al bingo, per poter fare un po’ di soldi per campare, bambini che hanno assistito a violenze; grazie a Dio non tutti vivono queste situazioni, molti hanno solo i genitori divorziati o separati, tanti vivono con i nonni, molti hanno genitori costretti a lavorare giorno e notte o che abitano lontano per poter assicurare che la famiglia viva in modo decente. Pochissimi sono i bambini che vivono una situazione di normalità.

ImageIn questi anni la scuola mi ha sempre spronata a cercare cose sempre nuove da proporre ai bambini, tutto è diventato solo un pretesto per farmi loro prossima, e non solo con loro, ma anche con le insegnanti, che davvero danno la loro vita perché questi bambini possano avere un futuro dignitoso e diverso.

L’anno scorso ho seguito una bambina di 8 anni che si voleva uccidere, aveva già scritto il suo bigliettino di addio ed era venuta a darmelo.

ImageOppure quest’anno c’è stato un bambino che in seconda elementare ancora non sapeva scrivere in corsivo. Un giorno la maestra ha scritto alla lavagna un avviso e lui ha scarabocchiato il quaderno, allora l’insegnante lo ha mandato da me. Io pensavo fosse solo perché non aveva voglia, invece quasi vergognandosi mi ha detto che non sapeva leggere e scrivere, ma ho scoperto che invece lo sapeva fare, ma solo in stampatello. L’insegnante mi aveva detto di non perdere tempo con lui, io invece ho riscritto tutto l’avviso in stampatello e lui in poco tempo lo ha riscritto tutto. Che gioia per tutti e due. Ora questo bambino, che è il bulletto della classe, ogni volta che mi vede mi viene a stampare un bel bacio.

La mia presenza a scuola è stata molto semplice, fatta di tanto ascolto, non è stato sempre semplice, alle volte “li vissi ‘mpiccicati u muru” come si dice in dialetto, ma altre volte mi facevano morire, mi hanno riempita di tanta gioia. Mi sono resa conto di quanto sia importante dare affetto ai bambini, stimolarli, ascoltarli, incoraggiarli, e di quanto sia importante avere una famiglia sana, andare a scuola mi ha permesso anche di avvicinarmi a qualche mamma.

sr Maria Grazia, sfp

 
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