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Un giorno la polizia ci ha portato una giovane ragazza rumena, che chiamerò Sandra. Mi hanno subito colpito il suo sguardo triste e i suoi occhi spaventati. Era tanto stanca, per cui l’abbiamo lasciata riposare a lungo. Quando si è svegliata, ci siamo rese conto che voleva dirci qualcosa, ma non capivamo la sua lingua. Continuava a muovere le braccia come se cullasse un bambino.
Con l’aiuto di una mediatrice culturale, Sandra ci ha spiegato che due giorni prima l’avevano rapita e le avevano rasato i capelli a zero per non farla riconoscere. In casa era rimasto il suo bambino di 15 mesi. Era disperata, perché temeva che fosse morto di fame. Abbiamo chiamato subito la polizia rumena, perché controllasse la situazione. Dopo un’ora ci hanno avvertito che il bambino stava con la nonna. I vicini di casa, sentendolo piangere, l’avevano avvisata. È stata intensa l’esperienza di stare accanto a Sandra e aspettare con lei una risposta: mi sono accorta che un’ora può essere tanto lunga! Abbiamo atteso in silenzio e poi abbiamo gioito insieme, quando abbiamo saputo che il suo bambino era vivo. In poche ore abbiamo preparato i suoi bagagli, perché voleva rientrare al più presto in Romania. Mentre aspettavamo la partenza alla stazione degli autobus, avrei voluto dirle tante cose per farle sentire il mio affetto, la mia vicinanza, ma potevamo comunicare solo con i gesti, lo sguardo, i sorrisi. Il suo volto, man mano che il tempo trascorreva, si rasserenava, forse al pensiero di riabbracciare il suo bambino. Quando ci siamo salutate, è ritornata sui suoi passi e mi ha abbracciato forte. Mi ha sorriso ed è andata via. In quell’abbraccio ho colto tutta la sua gratitudine, per essere rimasta con lei senza pretendere nulla in cambio. Forse una cosa assurda per lei. Questo incontro mi ha insegnato che a volte non servono le parole per capirsi: bastano il silenzio, un semplice sorriso, uno sguardo accogliente per dire ad una persona che ci sei, che soffri e gioisci con lei. L’abbraccio di Sandra me l’ha fatto comprendere in maniera nuova. Sento di doverla ringraziare per la sua semplicità, per la sua fiducia in noi, per la sua speranza e per la voglia di lottare per se stessa e per suo figlio. Sr. Loredana, sfp |